lucia ruosi"Emorragia interna", e, dei lividi, ci si è accorti per puro caso; eppure era lampante che non godesse di ottima salute! Un colpo al cuore quando mercoledì scorso, desiderosa di ripetere lo scatto pieno di vita di settembre (già perché luce e aria rendono vita anche alle pietre!) mi sono imbattuta nella "rovina della rovina". Checché se ne dica, di

chiunque siano le responsabilità, le colpe, per quanto sia possibile recuperare ciò che resta, valorizzarlo, metterlo in sicurezza, a me, ad oggi, poco interessa. Questa esperienza della "scoperta", che avrei volentieri evitato di fare, mi ha catapultata in uno stato d'animo inedito. Mi sento in debito, mi sento a disagio, inadeguata dinnanzi alla perdita di un pezzo di storia (e, come canta De Gregori, "La storia siamo noi") collassato su se stesso come un gigante tenero e innocuo. Restai interdetta mercoledì, pensai fra me e me: "Chi è sto criminale che riempie di ‘sfravecatura’ questo vano" e mentre lo pensavo, "eureka"! Chi è del mestiere sa bene che è vergognoso non attribuire istantaneamente la presenza di quelle macerie ad un sostanzioso collasso delle strutture sovrastanti. Già! Talmente vergognoso da chiamare in causa l'inconscio e provare in calcio d'angolo a calibrare la realtà a misura di uomo, piccolo, meschino, inetto. Non vuole essere, questa, una denuncia, la recriminazione del primato della "scoperta" né l'ostentazione di un'ipocrita morale di vetrina, no. Avrei evitato di condividere queste intime emozioni mosse da senso di costernazione e di inadeguatezza nei confronti di questo pezzo di "cosa pubblica" che, in quanto tale, a pieno titolo sento anche mia e nei confronti della quale mi sento responsabile in prima persona. Mi preme però, appunto perciò, prendere le parti dell’unico protagonista di questa triste vicenda, ossia del nostro bel Maniero. I vari "si poteva", "si castle3doveva", "si è fatto", "si è detto", "chi pe' me chi pe' te" "io", "loro", "voi" del momento lasciano il tempo che trovano, e, il tempo che trovano, a mio modesto parere, è il tempo in cui è necessario un approccio diverso nei confronti delle gloriose testimonianze del nostro passato. Finché considerare queste ultime oggetto di manutenzione, valorizzazione e ricerca scientifica sarà sinonimo di considerarle rogne di cui prendersi cura, galline dalle uova d’oro da sfruttare o cavie di laboratorio da analizzare, mancherà l’ingrediente principale, lo “slancio vitale” di cui tanto necessita Carinola così come Pompei e buona parte del nostro Bel Paese. Finché non ci si sentirà sinceramente affezionati ai grandi lasciti ricevuti dal nostro passato, così castle4come ciascuno di noi è affezionato ad un oggetto d’infanzia piuttosto che a qualche monile che ci parla di persone a noi care, neppure la più spettacolare ed efficiente delle azioni di tutela e salvaguardia renderà giustizia a questo immenso patrimonio che fortunatamente ci è stato tramandato. L’Italia è come una bella donna nelle mani di un marito che non l’apprezza, che la fa fotografare ed ammirare dagli estranei, che la sfrutta accontentandosi di ricavare quel poco che serve per tirare avanti e non si preoccupa, al contrario, di valorizzarla per le sue immense doti, di esserne fiero per le sue grandiose qualità, di ostentare un sano orgoglio che non consiste nel recriminarne il possesso e la titolarità ma consiste nel mostrarsene fiero, innamorato, si! Innamorato. Diceva Virgilio: “omnia vincit amor et nos cedamus amori” ossia “l’amore vince ogni cosa, anche noi cediamo all’amore”. E’ tempo di “cedere all’amore”, di cambiare prospettiva e di iniziare a considerare le nostre belle “cose comuni” con il cuore, di sentirle intimamente nostre, di sentirci loro parte integrante, solo così potremmo asserire compiutamente di averle, appunto, a cuore e solo così potremmo forse preservarle dal peggiore dei danni che di continuo viene loro arrecato, quello, cioè, di essere oggetto di ipocrita considerazione, una considerazione accessoria mossa da bramosia di sfruttamento e non da desiderio di salvaguardia. Con immenso e sincero affetto verso questo pezzo di storia irrimediabilmente compromesso e verso cui, fortunatamente, non sono l’unica a nutrire questi sentimenti, condivido uno fotografia del vano ormai sparito sotto un cumulo di macerie. E’ uno scatto di cui sono molto gelosa, a maggior ragione adesso che è impossibile poter immortalare lo stesso soggetto, ma, al contempo, è una vera e propria “foto ricordo” che rende giustizia al Castello di Carinola e che mi auguro funga da promemoria per far sì che in futuro non ci si ritrovi più a “piangere sulle pietre versate”.

Lucia Ruosi


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