Il 23 Novembre 1980 era una domenica dal pallido sole autunnale ed esattamente come oggi era la festa di Cristo Re. Allora nei giorni di festa “si scampaniava” che poi

silvio sasso voleva dire salire tutte d’un fiato le scale strette del campanile dell’Annunziata, affrontare il buio con il cuore in gola, sfidare i rumori e l’eco dei propri passi, respirare ragnatele nella fretta di sbucare di nuovo nella luce della vetta dove piccioni sorpresi e impauriti, sollevandosi tutti insieme, si portavano via quel poco di paura che ancora restava dall’ascesa oscura.

Avevo undici anni, come gran parte dei miei amici di allora. Non ricordo chi c’era quel giorno, ma non importa. Ricordo quel mattino però. Un ricordo rimasto vivo per quel che avverrà a sera e che renderà quel giorno da allora in poi per sempre tristemente noto.

Tutto è tornato con l’almanacco di stamattina: Domenica 23 Novembre, Festa di Cristo Re. Per quella generazione e per quell’età suonare a festa era un rito. Si usciva di casa annunciando che dietro il suono a distesa che sarebbe di lì a poco arrivato con altri ci saremmo stati anche noi e che “il campanone” avrebbe superato la trave di sostegno sopra il muretto laterale. La riuscita di questa operazione, spavalda e un po’ rischiosa, disegnava una gerarchia che misurava forza, coraggio e avanzamento nella crescita.

Quelli più grandi che avevano ormai dimestichezza con la cosa erano guardati con ammirazione e gli altri sognavano di riuscirci prima o poi. Quando nella sua oscillazione, tirando le funi che azionavano la ruota, si riusciva a far “cantare” quell’enorme massa di bronzo e a spingerla oltre l’asse di legno che ne era parte del sostegno, allora non si era più ragazzi e si poteva guardare ad altri con ghigno superiore.

Le mani, per il continuo attrito con funi dure e ruvide, si riempivano continuamente di bolle che poi si rompevano e per qualche giorno, finché le cicatrici non diventavano “calli”, si poteva solo guardare.

Occorreva saper fare più cose, anche arrangiarsi. Le funi, quasi sempre consumate – quelle nuove del resto ferivano di più - si spezzavano spesso durante “la suonata” e allora, possibilmente senza interrompere il suono, bisognava arrampicarsi su un muretto con il vuoto alle spalle e fare un rapido nodo con gli spezzoni di corda o in mancanza continuare a mano a spingere “il battaglio” contro il bronzo delle “campanelle”.

I suoni e le diverse armonie avevano i loro maestri e mentre il suono cupo e basso del campanone era appannaggio dei più forti, quello dolce e soave delle altre erano per tutti.

E pure la sincronia, come un’orchestra, delineava e forgiava duetti e coppie di esecutori.

Poi si scendeva di corsa. Le scale strette consentivano di scendere solo in fila per uno e dunque ai più giovani, come prova di coraggio, veniva lasciata la coda del corteo.

E quando dalla porticina si sbucava all’ingresso della chiesa grande si sperava di incrociare già quelli che venivano alla funzione per farsi vedere ed apprezzare come quelli che avevano suonato.

Ma il più delle volte si trovava solo “Ciccillo” il sagrestano, il vero padrone del campanile.

Quella mattina del 23 Novembre 1980 salimmo in quattro o cinque. Come al solito si spezzarono le funi, come al solito qualcuno superò la trave e come al solito chi non aveva “calli” si scorticò le mani.

A sera però venne un rumore più forte che almeno noi ragazzi non avevamo mai sentito e le campane dell’Annunziata, ferite, tacquero per un pezzo.

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