In relazione all'articolo "NOI E . . .I MIGRANTI" riceviamo e volentieri pubblichiamo la missiva pervenuta da Amedeo De Biasio:

Gentile signor Razzino, in relazione al suo recente articolo sugli immigrati, mi permetta di osservare

che non sempre è possibile considerare determinati valori nella loro assolutezza, universalità, quando particolari condizioni (qui riconducibili alla geopolitica) ne limitino la pratica effettiva.

E' il caso, appunto, dell' "accoglienza", che riferita al generale, più ampio contesto dell'immigrazione attuale, viene così a perdere parte del suo significato originario.
Tant'è, che l' "atto migratorio" in sé, costellato in tutte le sue fasi (dal paese d'origine alla destinazione finale) di interferenze, condizionamenti vari, assume sempre meno il carattere di libera scelta.

Non stupisce, peraltro, nello scenario complesso e multiforme dei grandi spostamenti di massa odierni, che i politici, presi dalla logica dell' "utile" e dell' "immediato", ignorino alcuni aspetti critici, che valutati prospetticamente, ben lasciano prefigurare sconvolgimenti d'epoca.

Paradigma inquietante di tali aspetti è l'esplosione demografica che investirà il continente africano, e che vedrà, entro la prima metà del secolo, un miliardo e mezzo di nuovi individui, molti dei quali, sia per i conflitti ivi esistenti, sia per condizioni socio-economiche di estrema precarietà, si spingeranno ulteriormente, avendo per una larga parte la strada sbarrata dagli oceani, verso il Mediterraneo, la vecchia Europa e ancor più la nostra penisola, avviando, presumibilmente, un lento, graduale processo di dissoluzione di un'intera civiltà, intesa come storia, cultura, tradizione religiosa, una splendida cornice entro cui certamente si collocano le parole del Vangelo cui Lei si riferisce.
Diversamente, dovremmo aspettarci una nuova quanto improbabile apartheid.
Di certo, in un rapporto costante, diretto con il fenomeno "migratorio", non ci si potrà mai esimere dall'affrontarne la delicata questione, escludendo, sì, qualsiasi pretesa di stampo etnocentrico, eppur consapevoli che realtà come i quattro milioni di "poveri" del nostro Paese, non ci consentono né l'indiscriminata "accoglienza", né di ascoltare gli "alveari ronzanti" di cui Lei parla (se non quelli dei tanti stranieri già naturalizzati). Siamo ormai lontani da certe situazioni para-idilliache che il Suo Autore vuol presentarci, paragonabili forse ai tempi in cui i "vu' cumprà" (li si poteva ancora chiamare così) erano semplici elementi, per lo più graditi, che punteggiavano di nero le nostre spiagge dorate.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         Cordialmente
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     Amedeo De Biasio



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