Sessa Aurunca, sabato 25 Marzo 1967 Chiesa di San Carlo Borromeo. Come ogni anno, anche quel Sabato Santo, Concettina la sagrestana si era avviata verso la chiesa di San Carlo molto prima dell’alba. Quella notte

crucis via sessa però contrariamente al solito l’eco dei suoni e l’odore dell’aria tersa di legna bruciata non si sentiva. Lei sapeva perché, ma stentava a crederlo. Di sicuro c’era, come ogni Venerdì Santo, che il Cristo era morto. Nella Chiesa Madre all’ora nona, il prete si era scalzato e prostrato. Dall’ambone il chierico aveva declamato Giovanni fino al fatidico “…detto questo spirò”. Mute erano rimaste le campane, chiuse le dispense, pronte le vesti. Insomma, il rituale del Venerdì Santo se pur incompleto per via di quello strano silenzio notturno e dell’aria pulita dal fumo d’ulivo. Ma soprattutto per il Cristo morto che non era passato. Non era mai mancato al tramonto del Venerdì Santo. Lei con gli altri aveva atteso incredula fino a notte fonda pur sapendo che lo stendardo nero quell’anno non sarebbe spuntato. Solitamente nel giorno di passione si aspettava con i ceri al balcone. Senza mangiareenza spazzare, senza gridare. Dal mattino a guardare i ragazzi diretti alla campagna con carrette e pezzi di fune per le fascine dei falò. Poi la processione aperta da un suono lugubre che chiamava a raccolta la folla devota. Il Cristo morto veniva al braccio di uomini mesti in giacca lunga. Ma quell’anno tutto questo non era accaduto. Volti sgomenti erano rimasti a guardare la strada vuota e a pensare che il peggio doveva ancora venire. Per quel sabato santo, infatti, si annunciava una strana novità. Il Mistero e l’Addolarata sarebbero andati insieme in processione. Ma come? I vecchi da secoli parlavano chiaro: sventura, tanta sventura per il solo incrociarsi, figuriamoci “cunnuliare” fianco a fianco tutto il giorno. Che idea era quella? Tutti sapevano che non dovevano nemmeno guardarsi.

Da sempre anche lei ogni anno tra la folla aveva osservato con il fiato sospeso gli angoli della città antica mentre il Mistero sfilava senza voltarsi. Uomini esperti per lezione dei padri e sollievo di tutti sapevano a memoria cosa fare per evitare l’incrocio di quei due dolori. Concettina rimuginava questi pensieri con ansia e timori. Non se ne dava pace. Era tentata di tornare indietro, ma poi tirava dritto, toccava a lei aprire. Era Sabato Santo, che diamine! Prima di svoltare per il vicolo di San Carlo si era affacciata sullo stradone dell’Antichità con la speranza di vedere i confratelli e il Cristo morto rientrare in chiesa. Ma la piazza San Giovanni era vuota e muta. Così, rassegnata, si era avviata verso l’ignoto.

Sabato Santo era il suo giorno più lungo. Più delle notti d’estate e delle veglie di guerra quando, udito il suono dell’allarme, il padre di corsa portava tutti in chiesa e con lo sguardo implorante al Mistero correvano giù per le scale al riparo della “Terra Santa”. Una volta in quegli anni lo aveva visto persino salire sul campanile ad osservare la campagna perché non venissero tedeschi a prendere gli uomini nascosti in giardino. Prima della guerra, poi, nel cuore della notte si andava in chiesa a preparare ruta e candele per la processione.

Turbata da questi pensieri all’alba di quel Sabato Santo Concettina raggiunse la chiesa. Al centro il Mistero, magnifico, imponente, con le vesti nuove. Da anni lo guardava tutti i giorni. Quel Cristo era il suo amico più caro. Con lui parlava delle ansie, delle gioie, dei figli, dei dolori. Trovava conforto in quella contemplazione anche quando la chiesa era chiusa. Ma ora tutto poteva finire, per sempre. Qualche ora dopo, infatti, il Mistero sarebbe andato incontro all’Addolorata. Dritto verso la sventura, verso l’ignoto. Persa la fatica di tutti quegli anni. Inutili le ore con il fiato sospeso. Dopo tante generazioni che sarebbe accaduto? Che ne sarebbe stato di loro? Pensava e tremava. Che giorno strano era quello. Aveva pregato perché non venisse e contate le ore di attesa senza speranza. Perché sfidare le regole degli antichi e la certezza del disastro? Non era necessario. Come sempre il Mistero e l’Addolorata potevano non incontrarsi come disposto per antica sapienza. Potevano continuare ad avanzare su spalle amiche capaci di tenere al riparo il bene di tutti. Con questi pensieri entrò in sagrestia. Ritrovò la distesa rossa delle mantelline che aveva lasciato il giorno prima. Le avrebbe volentieri riposte pur di evitare una processione in quel modo. I vecchi erano sempre stati chiari. Era la regola. Mai guardarsi, mai incontrarsi. Era proibito. Concettina temeva, sudava, sentiva angoscia. Di lì a poco lo spazio esiguo fino all’angolo della strada sarebbe stato l’ultima estrema speranza. Di mala voglia tirò fuori i camici e i cordoni scoloriti dal tempo. Li sistemò accanto alle mantelle. Preparò il martello e i chiodi per fissare le stanghe. Le mancavano le forze, il respiro inciampava. Non riusciva a pensarci. Andare incontro all’Addolarata senza nemmeno tentare un’attesa, senza occupare “una vasola”. Ripensava a suo padre, il vecchio Sissuanno che lo proclamava come un sacramento: incrociarsi mai! Il Mistero doveva uscire all’alba e tornare al tramonto senza incontrarsi. Mai. Intanto il tempo scorreva verso l’ora d’uscita.

I confratelli di lì a poco avrebbero portato fuori il Cristo con D’Arimatea, Nicodemo e le tre Marie. Forse per non tornare più. Si lasciò andare su una sedia, immobile. Senza parlare stette a guardare gli uomini vestirsi in sagrestia. Li accompagnò con lo sguardo in chiesa. Sentì la voce che ordinava di andare e le ruote stridere sotto il peso. Poi la porta che si richiudeva. Il Mistero era fuori, andava verso quell’angolo ignoto. Lei avrebbe atteso lì, ferma, rassegnata. La mente andò ancora a suo padre e ai tanti che sin da piccola aveva visto sudare per evitare quel momento. Qualcosa di grave sarebbe accaduto, ne era certa. Contava il tempo necessario per arrivare all’angolo. Immaginava il coraggio di chi stava a guardare e il cielo che poteva spaccarsi. Sopraffatta dall’emozione perse il conto e si addormentò con il capo sul petto.

Quando si svegliò, scossa da un’eco lontana, era passato del tempo. L’angolo a quell’ora era raggiunto e superato. Il Mistero doveva trovarsi almeno ai Cappuccini, probabilmente oltre, verso la campagna. Si toccò il volto a sincerarsi di esserci ancora. Respirò profondamente. Spalancò la porta della sagrestia che dava sul giardino. La giornata era luminosa, il sole forte, l’aria leggera. C’erano rondini tra le foglie e i limoni dell’albero. Avanzò rilassata. Si sentì di nuovo, forte, viva, rinata. Se ci fosse stato il suo Cristo sarebbe andata a contemplarlo, ma era in processione, con l’Addolorata che in fondo era sua madre. Prese il sacco con le candele e la ruta, si mise a sedere. Cominciò. Il giorno prima pensando al peggio aveva lasciato tutto confuso. Spago, ruta e candele.

Con mani esperte prese ad avvolgere i rametti e la cera in piccoli mazzetti. Per la fine della processione - non più a sera ma a mezzogiorno - dovevano essere pronti. Sarebbe stato un duro lavoro. Ogni tanto alzava la testa. Era bello quel cielo di marzo. Improvvisamente le si illuminò il volto, le sembrò eccessivo, ne ebbe timidezza. Si guardò intorno per accertarsi di non essere vista. Era sola. Sorrise ancora, apertamente, fino alla commozione. Ripensò al padre, le sembrò di parlargli. Sorrideva anche lui, sollevato. Il profumo intenso della ruta la inebriava. Ancora un istante e capì. L’anno appresso al tramonto del Venerdì Santo il Cristo sarebbe senz’altro tornato. Con la tromba davanti e gli uomini in frak. Nel tirare lo spago presero a tremarle le mani. Un pensiero e un’emozione la conquistarono di colpo. Si fermò, lasciò andare ruta e candele. Guardò lontano e sorrise forte provandone sollievo.

- “Chissà” – pensò – “Un giorno tutto questo sarà veramente un incontro”.

L’incontro
di Silvio Sasso - 2016


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