Si miete il grano
Mietitori di grano Romanella
Trebbiatura a Carinola 1941
Trebbiatura a Carinola 1941
Trebbia a San Ruosi
Trebbia a San Ruosi
I METALI
I METALI
A marenna
A marenna
A vaglie 1940
A Vaglie 1940
La metenza (la mietitura) e la trebbia, venti anni fa, erano le due «fatiche» per eccellenza che collau
­davano la forza e la resistenza del "faticatore». Erano fatiche da uomini insomma e non da "guagliuni" e prendervi parte significava appunto non essere con­siderati più dei ragazzi, Naturalmente lo stesso discor­so valeva volto al femminile, perché a queste due fatiche si impegnavano sia uomini che donne, La metenza: di un appezzamento. di terreno veni­va eseguita o a giornata o a staglio (cottimo), secon­do gli accordi che prendeva il caporale (capo d'ope­ra) col proprietario del terreno, Erano accordi che avvenivano un po' a rilento, per via dello “scanaglio” ­che il padrone faceva in giro prima di accordarsi. Il padrone cercava di scandagliare (di qui il termine dialettale “scanagliare”) il prezzo e la resa della mano d'opera nella speranza di avere operai buoni senza pagarli troppo. Intanto la piccola squadra che faceva parte dello stesso caporale non perdeva tem­po, ma approntava gli arnesi da lavoro i “sarricci” (falcetti) e se erano donne facevano una bella prov­vista di coloratissimi maccaturi, fazzoletti per la testa al mercato nella cara speranza di pigliare con una fava due piccioni (la giornata buona" e un pro­babile marito). E finalmente si arrivava al gran giorno. Senza scivolare in una facile retorica, che da secoli ricalca luoghi comuni sacri e profani, era. solare rinvenire l'essenza di rito nel lavoro, che svolgeva il mietitore allora con l'aiuto delle sue sole braccia. Sotto i colpi sapienti del falcetto quel mare d'oro, appena ondulato dal ponentino che veniva dal mare, si adagiava tra le braccia del contadino come vittima sull'ara sacrificale. Le «regne. (i manne/li di spighe) raccolte nei "pignuni” (covoni) venivano disposte in simmetria perfetta man mano che la fatica procedeva, ritmata dai canti propri dei mietitori o dai frizzi sa­laci di qualche bello spirito immancabile in queste comitive. La “marenna”( colazione ) e il pranzo erano le due soste d'obbligo che radunavano nell'aria tutta la compagnia, francamente più curiosa che affamata specie la prima giornata. Tutti volevano vedere "come". . .

la padrona della massarìa. aveva fatto le spese" (i trattamenti) alle -opere- che erano uscite "a mète»; e le attese non rimanevano mai deluse ché la padrona ci teneva a non essere "giudicata", Piatto d'obbligo. della prima giornata di metenza era una marenna- così composta: un’insalata -sfizio­sa- a base di sottaceti, ulive, cipolline, capperi e alici salate, che faceva da contorno ad un gran piatto di affettato misto (per quell’occasione  si metteva mano alla spalluzza, il prosciutto più piccolo, e alla ventre­sca ,arravogliata" condita col peperoncino rosso, il diavolìllo, cosi azzeccoso, col vino rosso (lo schianto) che scorre via a quartaroni (misura di 11 litri) sani, e pare che stai al primo bicchiere! A pranzo poi, sempre per la prima giornata, era­no d'obbligo “maccaruni de casa”( le fettuccine) con­diti con sugo di salsiccia nostrana; e poi carne al ragù, o frittata, (mi ricordo certi frittatoni; di trenta, cinquanta uova) oppure baccalà in cassuolo o pizzaio­la e naturalmente vino, vino e vino in quantità. Se la compagnia dei mietitori era di Casale allora i «ciceri 'mpasturati » (ceci impastati letteralmente) non glieli levava nessuno. Era questo un piatto semplice e gustosa al tempo stesso, a base di ceci e di lasagne senza uova, che venivano ,,'mpasturati .. appunto da un sughetto sfizioso, dove la conserva di casa, cotta al sole d'agosto, la faceva da primadonna .Quasi sempre il padrone del terreno partecipava sia alla colazione che al pranzo dei mietitori e fun­geva da moderatore quando le libagioni, si facevano un po' troppo abbondanti, nel timore che dovesse soffrirne il lavoro che restava ancora da fare. Tuttavia, anche nel moderarli gli ricordava qualcosa che li riempiva di speranza e di allegria –Il resto della bevuta ve la farete stasera, quando verrete a portar­mi la “palma’”!

Adele Marini CERALDI

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